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UNA DONNA DETECTIVE SI CONFESSA 4000 lettere d'amore da uno sconosciuto Miriam Tomponzi: "Quando venne da me Marisa era alla disperazione. Da 12 anni riceveva le lettere di un amante senza volto. Non sapeva chi fosse. Ma intanto aveva mandato a pezzi il suo fidanzamento e le aveva sconvolto la vita. Perché le scriveva? E dove si nascondeva?" Testo raccolto da Laura Pizzardello Quando venne da me aveva lo sguardo di chi prima della rassegnazione preferisce lanciare l'ultimo SOS, era esausta e brevemente, come volesse liberarsi dall'angoscia, mi espose il suo caso.
"Da 12 anni sono prigioniera di un incubo. All'inizio ricevere una lettera d'amore ogni giorno mi riempiva di curiosità, proprio perché non conoscevo il mittente. Ho vissuto a lungo nella speranza che lui finalmente si togliesse la maschera facendosi riconoscere. Non è stato così e ora non riesco più a liberarmene, aiutatemi".
Marisa aveva 32 anni, abitava a Roma e svolgeva con successo il suo lavoro di informatrice del farmaco per una famosa azienda tedesca. Aveva lasciato a 18 anni Entrèves, una piccola località della Valle d'Aosta, dove era nata, per trasferirsi nella capitale. Aveva continuato gli studi e contemporaneamente si era trovata un'occupazione. La passione per il cinema le aveva fatto conoscere Marco dopo circa un anno dal suo trasferimento. Entrambi erano iscritti a un ciclo di approfondimento sulle opere di François Truffaut. Una sera, finita la proiezione di "Gli anni in tasca", lui l'aveva invitata per una pizza. Il primo bacio, le prime carezze e poi l'amore per la prima volta, quello vero, entusiasmante, pieno di sospiri e di attese. Quell'estate tornò con Marco a casa dei genitori per una breve vacanza. Voleva riposarsi prima di iniziare lo stage nell'azienda farmaceutica. Passeggiate, serate con i vecchi amici e strepitose abbuffate di fonduta. Rientrata a Roma, aveva affrontato con entusiasmo la novità professionale. Era soddisfatta di come era riuscita a cavarsela e poi c'era Marco. Certo, erano entrambi molto giovani, ma il tempo avrebbe deciso per loro. Una mattina, come ormai faceva da mesi, salutata la portinaia diede un veloce sguardo nella cassetta della posta. C'era una busta. Dapprima pensò che fosse di sua madre. Spesso le scriveva per raccontarle la lenta vita di Entrèves. Avrà finito le solite buste pensò... Ma a dire il vero anche la calligrafia dell'indirizzo era diversa. Troppo precisa, lineare, a caratteri stampatello. Ogni lettera aveva la stessa grandezza. "Tenero piccolo amore mio, ti ho vista e ti ho amata. Ora sei nel mio cuore per sempre. Non ti dirò chi sono per non rovinare la magia dei nostri incontri epistolari. Ma sappi che a ogni lettera io sarò lì con te...". Interruppe la lettura per guardare se per sbaglio non si trattasse della posta di qualcun altro, ma la calligrafia troppo perfetta era la stessa che indicava il suo nome sulla busta. Timbro postale: Roma. Interruppi il racconto di Marisa e le chiesi di farmi vedere qualcuna di quelle lettere. Erano tutte scritte col normografo, compresa la firma, sempre la stessa: "Ti amo, Antoine". Come faceva a sapere che in gioventù lei aveva avuto una passione per il protagonista dei film di Truffaut? Perché si firmava Antoine e scriveva col normografo? Mi era sembrata subito chiara e decisa l'intenzione di lui di rimanere nascosto a lungo, altrimenti non si spiegava la necessità di uno strumento che ne mitigasse la calligrafia. Quanta gente c'era a Roma, o nel mondo, in grado di scrivere una lettera d'amore anonima? Dopo quella prima lettera ne seguirono altre 4mila. Tutte di struggente amore, tutte scritte col normografo, tutte firmate Antoine ma provenienti da diverse parti d'Italia. Dettaglio, quest'ultimo, che rese molto vasta l'area di ricerca del misterioso personaggio. Marisa aveva 20 anni quando Antoine entrò nella sua vita e mai avrebbe potuto prevedere che quel curioso siparietto si sarebbe trasformato in un incubo lungo 12 anni. Non era facile quello che mi chiedeva, 12 anni erano tanti, e tanti erano gli indizi da seguire. Con i miei collaboratori cominciammo a scandagliare la sua vita. Provai orrore per l'effetto devastante che quelle lettere, quell'amore a senso unico e un po' perverso, avevano avuto sull'esistenza della giovane donna, colpevole solo di essere l'oggetto desiderato di un uomo che non aveva nemmeno il coraggio di farsi vedere di persona. Il giorno che venne da me. Marisa mi mostrò una fotografia e subito mi resi conto della portata della sua esperienza. Nell'immagine c'era un caminetto di pietra e da entrambi i lati apparivano, monumentali, due altissime pile di lettere. Erano tutte di Antoine.
Ne lessi moltissime, per farmi un'idea del personaggio. Scoprii che Marisa non era un'estranea per Antoine. Lui conosceva molti dettagli della sua personalità: i gusti, i difetti, le passioni... Doveva trattarsi di una persona che in un modo o nell'altro c'entrava con alcune delle sue sfere esistenziali: il lavoro, gli affetti.
"E Marco?", le chiesi, notando che non ce n'era più traccia nei suoi racconti. "Tra me e Marco è finita due anni dopo la prima lettera di Antoine. Mi è stato molto vicino finché c'è riuscito, ma poi..." Poi era successo che il perverso meccanismo inizialmente vissuto come gioco aveva finito col coinvongerla. Quando le lettere ritardavano veniva presa da un senso di panico, le mancava qualcosa, si sentiva perduta. Era finita in trappola. A poco a poco si era isolata, non aveva più voglia di incontrare i soliti amici, di andare al cinema o in vacanza. Per placare la febbre dell'attesa doveva solo tornare a casa, la sera, aprire frettolosamente la cassetta delle lettere e iniziare il rito: afferrava con impazienza la busta scritta col normografo, saliva le scale con finta calma, la appoggiava sul tavolo e, prima di infilare il tagliacarte nella fessura, la osservava per qualche minuto. La lettura durava ore. Ritornava ai passaggi più intensi, quelli che parlavano di lei, così ben costruiti e pieni di malinconia: "...La mia vita purtroppo non è come la vorrei. Un matrimonio, non dico sbagliato, ma fondato solamente sul fraterno affetto tra due persone. E poi quei figli che avrei voluto e non ho potuto avere. Tu sei diventata la mia coscienza, il mio diario quotidiano, la ragione della mia felicità... Il tuo sorriso a volte mi sembra velato di sofferenza, non vorrei essere io la causa del tuo malessere. Dimmi di no, dimmi che come me hai trovato una ragione al nostro amore. C'è un solo modo perché io sappia: metti un fazzoletto bianco sul tuo balcone, lo vedrò e ti amerò di più". E lei eseguiva, stendeva il fazzoletto, si nascondeva dietro le tende per vedere se qualcuno si fermava sotto al balcone, pronta a balzare giù e afferrarlo. Ma passavano solo macchine, tante macchine, troppe macchine. Tre anni di sedute psicanalitiche non le erano serviti. Aveva solo fatto un po' d'ordine nei pensieri ma non nel cuore, non in quell'oscuro angolino dell'inconscio che la notte le faceva desiderare un uomo senza volto, dai lineamenti offuscati, che con voce profonda e suadente raccontava la favola della loro vita insieme. "Lo troveremo", le dissi rassicurandola. Incominciammo col prendere in esame la sua cerchia di amicizie, ormai poche e superficiali. Non emerse alcun elemento significativo. Non rimaneva che introdursi nell'ambiente di lavoro. Un mio collaboratore si fece assumere sotto falso nome dall'azienda farmaceutica in qualità di assistente di Marisa. Per circa sei mesi visitarono insieme i clienti, tutti medici, ma neanche lì riuscimmo a trovare appigli sufficienti all'identificazione. L'idea me la diede mio padre. Se Antoine era così innamorato, non avrebbe resistito alla notizia che Marisa si era decisa a prendere marito. Iniziò un tam-tam serrato, con relativa pubblicazione della data delle nozze. Su un quotidiano un annuncio di felicitazioni informava che di lì a qualche giorno ci sarebbe stato un grande ricevimento. Affittammo un appartamento nel centro di Roma, organizzammo un buffet, finti genitori, finto promesso sposo e tantissimi invitati. Antoine sarebbe sicuramente passato di lì. Disseminai la zona di detective. Il loro compito era fermare senza dare nell'occhio tutti i passanti, trascrivere i numeri di targa di tutte le macchine e fotografare chiunque si soffermasse all'entrata del palazzo dove era in corso la festa. Ci vollero mesi per incrociare le informazioni, ma alla fine la nostra meticolosità fu premiata. Antoine non era più uno sconosciuto. Come previsto non aveva resistito alla tentazione di vedere la sua Marisa prima delle nozze e come tanti altri era stato fermato e fotografato dai miei collaboratori. "Lo conosco", gridò ad un certo punto Marisa, passando in rassegna le foto. Professione: medico. Stato civile: coniugato. "Adesso sta a te decidere che cosa fare", le dissi. Niente poteva più fermarla. Si presentò allo studio medico e quando lui le fu davanti... "Un'unica lettera in risposta alle tue 4mila". Ora Antoine e Marisa si sono sposati, vivono in Valle d'Aosta e hanno due figli maschi. Tutto era cominciato con un sorriso distratto della giovane informatrice farmaceutica al giovane medico. Si erano casualmente incontrati in un bar e avevano fatto colazione insieme, lei 20 anni, lui 25, 4mila lettere prima del loro secondo incontro. |
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