Detective allo sbaraglio

La figura non è tutelata da un albo professionale, così è impossibile controllare gli abusivi che rischiano di rovinare l'immagine della categoria. A pochi giorni dalla scomparsa del "mitico" Tomponzi, spiega la figlia Miriam: "C'è troppa ostilità nei nostri confronti. Il ministro degli Interni dovrebbe fare qualcosa. I corpi militari temono che un nostro riconoscimento legislativo possa togliere loro potere e autorità"

Non avrebbe potuto fare altrimenti. "Sono cresciuta alla scuola del sospetto. Tutto è stato così naturale. Mi sarebbe stato impossibile fare qualsiasi altra cosa. Non ho mai pensato di fare un'altra attività". Chi parla è Miriam Tomponzi, figlia di Tom, detective nell'azienda di famiglia da quando aveva 20 anni. Oggi che ne ha 45, è lei il futuro di una tradizione che ha in quel cognome un marchio doc. "Quello che sono lo devo a mio padre, lui mi ha insegnato tutto senza insegnarmi nulla.
Stare al suo fianco, sin da piccola, è stata una grande esperienza. Di lavoro e di vita. Ho imparato che in questo mestiere occorre l'istinto, la velocità e una straordinaria intelligenza, al limite della genialità. E poi non devi avere paura. Nemmeno per un attimo. Bastano 10 secondi di timore per fregarti. Con la paura non devi lottare, ma danzare. Devi saperla controllare e convogliare quelle energie emotive risparmiate in spinte che ti diano ulteriore coraggio". Qualità valide oggi come ieri. A differenza delle tipologie richieste a un'agenzia investigativa. Un tempo ci si rivolgeva al detective soprattutto per scoprire eventuali infedeltà e per fare ricerche prematrimoniali. "Oggi", spiega Miriam, "le indagini sugli affari personali occupano solo il 18% del nostro lavoro. Mentre sono cresciute notevolmente le richieste di aziende che non vogliono farsi ingannare. In Occidente lo spionaggio industriale è aumentato del 50% negli ultimi 5 anni. Se negli anni Ottanta i costruttori giapponesi destinavano il 36% del fatturato ad attività spionistiche, oggi non hanno più bisogno di spiare. Ma, al contrario, destinano forti cifre alla difesa dei loro segreti, ovvero al controspionaggio. Per esempio noi, unici in Italia, abbiamo attivato il servizio "Appalti sicuri", a tutela di quelle realtà che, dovendo assegnare vari tipi di lavori o commercializzando in alcuni settori merceologici, hanno la necessità di assoluta certezza della trasparenza e rettitudine della azienda con cui si trovano a operare o a dover concludere un affare.
Insomma vogliono essere sicuri di avere a che fare con una "fedina penale" impeccabile".
Un tempo il detective era visto come una stellina cinematografica, oggi invece è entrato nel costume popolare tanto quanto l'avvocato. "Il nuovo Codice Penale, infatti" sottolinea la Ponzi, "afferma che l'avvocato difensore può avvalersi della collaborazione del detective per svolgere investigazioni per ricercare e individuare elementi di prova a favore del proprio assistito e di conferire con le persone che possano dare informazioni. Ecco che il detective deve seguire indizi o elementi di sospetto, ricostruire percorsi personali ed economici, agire e muoversi per ricercare e risalire da una virgola all'intero discorso. Non solo. Tutto quello che la polizia, i carabinieri, la finanza non possono fare perché non hanno tempo, lo facciamo noi. Qualche esempio? Chi riceve una lettera anonima la porta dai carabinieri ma questi non possono fare l'indagine. O in caso di divorzio il marito dichiara un reddito di 2 milioni al mese e invece ne guadagna 20. Allora interveniamo noi e ci impegniamo a svelare la truffa".

Sì, ma adesso tutto si complica con la legge sulla privacy che, per esempio, mette sotto chiave l'accesso alle banche dati. "Per noi non cambia nulla", sentenzia Miriam. "Già le leggi 615 e 615 bis istituite nel 1974 decretavano l'illecito in caso di intercettazione telefonica in luoghi pubblici o privati. Così come non ci autorizzavano a "rubare" scatti fotografici. Le sanzioni a cui si andava incontro erano severissime, dall'arresto alla sospensione della licenza. Il gioco non valeva la candela. Quello che invece ha stabilito il garante Stefano Rodotà mi sembra eccessivo.
Occorre avere buon senso in tutte le cose, nel caso specifico sono necessarie alcune deroghe. Anche perché la nostra organizzazione già da due anni e mezzo si rifà alla legislatura più severa in assoluto, quella del Belgio.

"E da lì non sgarriamo.
Noi stessi ci poniamo limiti, parametri morali e pratici da non oltrepassare. Mai".
Ma gira voce che non tutti i detective sono leali e puliti.
Spesso fanno il doppio gioco, qualche volta addirittura ricattano... Miriam è sicura: "Sono casi eccezionali che non possono essere indicativi dell'intera categoria. In ogni professione c'è la "pecora nera", dal medico all'avvocato, dal giornalista al commercialista.
Quello che a noi manca è un albo professionale che ci tenga sotto controllo e dia la possibilità d'iscrizione solo a quelli con i requisiti giusti.
Senza questo organo ufficiale, ci sono troppi abusivi in giro, gente che s'improvvisa investigatore, combinando solo guai.
Il movimento investigativo in Italia è più ampio di quanto si pensi. C'è una federazione e ci sono circa 1.200-1.500 titolari di licenze. Poi c'è tutto il contorno di collaboratori, spalle, aiutanti, circa 100.000 addetti ai lavori. Impossibile sapere tutto di tutto se non esiste chi possa svolgere opera di selezione e controllo. La battaglia per istituire l'albo la stiamo portando avanti da anni, mio papà era tra quelli che l'avevano avviata.
Ma combattiamo contro i mulini a vento. C'è troppa ostilità nei nostri confronti, i corpi militari temono che un nostro riconoscimento legislativo possa togliere loro forza e autorità. Lo stesso ministro degli Interni dovrebbe aiutarci a trovare la soluzione, a bloccare così le schiere di abusivi che noi, come federazione, perseguiamo pur non avendo i mezzi sufficienti per stroncarli".
Secondo la signora Ponzi da tutto ciò dipende il futuro di questa professione: "E' essenziale che, a nostra tutela, subentri una normativa chiara e precisa.
L'investigazione deve essere soprattutto cultura e sostegno tecnologico-scientifico. Ci vuole personalità, un elevato grado d'istruzione e una perfetta conoscenza della legge per gestire al meglio un caso. Ecco perché, proseguendo una tradizione di papà, istituiamo ogni anno alcune borse di studio.
Affinché questa professione non vada persa e s'imponga nel pieno rispetto della legalità e della serietà.
Diventare detective può essere un'ottima opportunità di lavoro, visto che i casi di sabotaggio industriale e di concorrenza sleale sono in continua ascesa. Ma l'investigazione non è solo quella delle grandi cifre e delle grandi aziende. C'è anche chi ha bisogno del detective per ritrovare un figlio scomparso o magari mettersi sulle tracce della moglie entrata nel giro della prostituzione.
C'è anche chi si rivolge a noi e non ha i soldi per pagare le indagini. E' la categoria dei cosiddetti "casi umani" (Cu) per i quali la Tomponzi si avvale di un'apposita fondazione.
Seguiamo anche loro, non è giusto lasciare nell'incertezza e nella disperazione nessuno.
A maggior ragione se è una mamma o un papà".

Autore: Paola Pellai